Giordano maneggia con mano ferma e grande maturità stilistica una materia scottante.

Corriere della Sera


Un amore difettoso. Storie di vite separate come i numeri primi.
di Cristina Taglietti
7 Febbraio 2008

I numeri primi sono divisibili soltanto per uno e per se stessi, sono numeri «solitari e sospettosi» a cui, magari, «sarebbe piaciuto essere dei numeri qualunque».
Poi ci sono i primi gemelli, coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini perché tra di loro c’è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero, coppie come 1’11 e il 13, il 17 e il 19, il 41 e il 43. «Se si ha la pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli». Mattia e Alice sono così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero.
Mattia e Alice sono i protagonisti di un romanzo sorprendente, La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano, venticinquenne torinese. Il suo è un esordio potente, che sembra aprire una nuova fase nella cosiddetta narrativa giovane, spesso ripiegata su stessa, autoreferenziale e dall’orizzonte poetico piuttosto limitato. Dottorando in fisica delle particelle e, per un certo periodo, allievo della scuola Holden di Torino, Giordano ha una voce originale (che ricorda un po’ l’Ammaniti di lo non ho paura, un po’ Mark Haddon de Lo stano caso del cane ucciso a mezzanotte) e una straordinaria profondità di sguardo che gli permette di raccontare le vicende di due bambini resi diversi dalle circostanze della vita e di accompagnarli fino alla maturità alternando momenti di tensione, quasi di suspense, a momenti di trattenuta emozione.
Siamo nel 1983: Alice ha sette anni e odia il padre che durante le vacanze di Natale la costringe ad alzarsi tutte le mattine alle sette e mezza per andare a scuola di sci. Un giorno, appena scesa dalla seggiovia si separa dai compagni per fare la pipì ma un evento imprevisto e imbarazzante la convince a rimanere nascosta nella nebbia per scendere a valle da sola. Basta poco per finire fuori pista e restare distesa nel canalone con una gamba spezzata e l’ombra nera della montagna che si allunga su di lei.
Un anno dopo, nel 1984, Mattia fa la terza elementare e sta nel banco con la gemella ritardata, Michela, con cui nessun altro bambino ha voluto mettersi. Mentre lui impara a leggere e scrivere, Michela impugna la matita come un batticarne e passa il giorno a colorare disegni prestampati, andando meticolosamente fuori dai contorni. Un giorno di gennaio vengono invitati alla loro prima festa di compleanno. Mentre vanno a piedi, per mano, a casa dell’amico, Mattia pensa che Michela farà i soliti disastri, butterà le patatine a terra e tutti la guarderanno, si prenderà il pallone e non vorrà più darlo a nessuno.
Allora gli viene un’idea: entra nel parco e la fa sedere su una panca in una zona alberata dove le famiglie di solito fanno il barbecue e dove in quel momento non c’è nessuno. La lascia lì, con gli stivaletti bianchi inzaccherati di fango, pensando «è solo per qualche ora, solo per questa volta». Ma quando torna Michela non c’è più.
Nel 1991 Alice è diventata una quindicenne che nasconde il cibo nel tovagliolo per buttarlo via poco alla volta e ritiene il padre responsabile della gamba claudicante che si trascina dietro, Mattia un piccolo genio con le braccia devastate dalle ferite che si autoinfligge. Le loro strade si incrociano nella scuola che frequentano: quasi senza parlare si scoprono gemelli come se riconoscessero a prima vista il marchio indelebile, il tatuaggio che le loro azioni hanno lasciato sulla loro pelle. Si costruiscono «un’amicizia difettosa e asimmetrica, fatta di lunghe assenze e di molto silenzio, uno spazio vuoto e pulito in cui entrambi potevano tornare a respirare, quando le pareti della scuola si facevano troppo vicine per ignorare il senso di soffocamento». L’autore li segue, li studia e li disegna con il suo tratto asciugato ed essenziale. Come uno scienziato, Giordano va a vedere le loro vite a distanza di intervalli regolari per scoprirli vicini
ma sempre irrimediabilmente incapaci di compiere il passo necessario per unirsi davvero. Mattia si laurea in matematica, Alice si mette a fare la fotografa. Mattia vince una borsa di studio per un paese del Nord Europa, Alice sposa un medico che ha incontrato nell’ospedale dove la madre è stata ricoverata a lungo prima di morire di tumore. E nonostante lui la ami lei non riesce a concedergli nulla perché «l’amore di chi non amiamo si deposita sulla superficie e da lì evapora in fretta».
E in fretta (forse troppo, e questo è un po’ il limite del racconto) si arriva alla fine di questo libro, senza happy end e senza melodramma perché l’autore procede levando invece che aggiungendo.
Giordano maneggia con mano ferma e grande maturità stilistica una materia scottante, densa di intrecci emotivi (i tormenti dell’adolescenza, la solitudine, il bisogno di essere accettati, il bullismo, ma anche la colpa e l’espiazione).
Ma ciò che gli riesce meglio è la descrizione dei protagonisti bambini e infatti gli bastano i primi due capitoli per catturare il lettore.