Gli emigranti

L’incontro con una ragazza all’aeroporto di Shanghai.

di Paolo Giordano
pubblicato su La Lettura, il 22 settembre 2013.

In coda, lungo la serpentina spigolosa che conduce ai controlli di sicurezza, ero preceduto da una ragazza cinese. Indossava un parka verde oliva inappropriato all’afa d’agosto ed era sormontata da uno zaino sportivo che, valutai, non sarebbe riuscita in alcun modo a sistemare nelle cappelliere della cabina. Il volo da Shanghai a Milano decolla a un orario sconveniente, in piena notte. Ero snervato dall’attesa della connessione e un po’ anchilosato nei muscoli delle gambe, come accade sempre negli aeroporti, eppure rasserenato, quasi allegro all’idea di tornare a casa. Dieci giorni è il tempo medio in cui le pesantezze nostrane si depositano sul fondo del mio stomaco per lasciare spazio a una nostalgia che da quel momento cresce d’intensità.

La ragazza cinese salutava qualcuno al di là della porta che ci separava dall’area dei check-in. Procedendo nella coda, la prospettiva rispetto alla persona oltre la porta cambiava in continuazione, negandola e poi offrendola di nuovo alla sua vista, e il suo atteggiamento, notai, mutava di conseguenza. Quando incontrava lo sguardo dell’altra – la madre?, una sorella?, scommetto che si trattava di una donna, difficilmente gli uomini sono così assidui nei saluti –, quando incontrava il suo sguardo, sorrideva raggiante e agitava forte la mano in aria, ma nell’attimo stesso in cui le due si perdevano di vista, il volto della ragazza cinese si congelava in un’espressione atterrita, di straordinario sconforto. Quando ci trovammo entrambi fuori portata dagli sguardi degli accompagnatori, lasciò scivolare lo zaino dalle spalle a terra, rischiando di schiacciarmi un piede, quindi si piegò su se stessa, nello stesso modo in cui si piegano le sedie a sdraio o gli assi da stiro. Si piegò come se le avessero tirato un calcio in pancia, e iniziò a singhiozzare senza ritegno.
Non ho capito molto del codice di comportamento fra persone di sesso opposto in Cina – ogni volta che, per abitudine, salutavo con due baci sulle guance l’addetta stampa della mia casa editrice locale, lei arretrava un po’ disgustata –, perciò all’inizio mi sembra sconveniente intervenire in qualunque modo che non sia di raccogliere lo zaino della ragazza e aiutarla a issarlo sul nastro scorrevole. Lei non si volta, neppure se ne accorge. Piange come se le mancasse il respiro, i suoi sforzi tutti concentrati nel racimolare molecole d’aria. Il suo telefono squilla un attimo prima che lei passi sotto l’arco del metal-detector (con ogni probabilità a chiamarla è la stessa persona confinata oltre i vetri opachi), allora si dà un contegno, giusto il tempo di rispondere, quindi riattacca a piangere più forte di prima. Poiché da sola non ci riesce, l’aiuto a rimettere lo zaino sulle spalle. A quel punto mi sento sul serio un verme insensibile, quindi pronuncio l’unica frase insensata che possa darle conforto: «Andrà tutto bene» dico – non siamo talvolta disposti a credere a qualunque forma bislacca di rassicurazione? La ragazza cinese, contravvenendo a ogni norma orientale ma anche occidentale sul comportamento fra persone sconosciute di sesso opposto, mi si getta al collo e mi abbraccia stretto, proprio lì, ai controlli di sicurezza dell’aeroporto di Shanghai, tra gli sguardi freddi dei poliziotti. Continua a singhiozzare sulla mia spalla.
Mi racconta che ha ventidue anni e sta lasciando la Cina per la prima volta, non per una vacanza, ma per terminare gli studi in Europa, nel nord della Francia. Ci rimarrà per due anni e mezzo. «Ho così paura» confessa, in un francese che non sembra necessitare di troppo perfezionamento. «L’Europa… lì è tutto diverso.» Le prometto che non rimpiangerà di essere partita, che la Francia la conquisterà all’istante, Parigi poi, beata te che la vedrai per la prima volta. Dopo aver snocciolato altre stupidaggini del genere tanto per distrarla, le assicuro, come se ne sapessi sul serio qualcosa, che due anni e mezzo durano quanto un battito d’ali nella vita di una ragazza.
Esattamente alla sua età – riflettevo camminando verso il gate – avevo rinunciato all’opportunità di un dottorato in un’università straniera. Ero ben consapevole che la mia formazione ne avrebbe beneficiato, che le famigerate «esperienze all’estero» erano vitali per chi come me ambiva a una carriera di ricercatore in campo scientifico: bisogna espandersi, aprire la mente, allargare le conoscenze e soprattutto mettersi alla prova da zero per testare una volta di più la propria tenacia, ma di fronte all’eventualità di partire sul serio, seppure verso una destinazione assai più prossima della Cina, avevo fatto un passo indietro. Anzi, una dozzina di passi indietro. Dire che oggi rimpiango il mio scarso coraggio sarebbe falso. Lo ammetto, tuttavia, con un residuo di vergogna perché fra i ventenni, e in particolare modo fra i ventenni legati alla ricerca scientifica, andarsene si è trasformato negli ultimi tempi da mera necessità in una questione di virtù. Succede spesso, quando si è privati di una scelta reale, che si faccia della rimanente non-scelta un motivo di onore. I miei compagni accettarono mete più o meno seducenti: Londra, Friburgo, Ginevra, Montpellier, Uppsala, Monaco, Bruxelles… La sequenza di destinazioni esotiche che avrebbero inanellato nei successivi dieci anni, due trascorsi in ogni luogo, avrebbe infine formato una collezione di medaglie virtuali appuntate alla divisa di scienziato, simile a quelle che i nostri professori non vedevano ogni volta l’ora di mostrarci. La speranza presente fin dall’inizio della peregrinazione – tornare infine a casa – era sottaciuta, liquidata con lo sprezzante ritornello: «Tanto qui non ci sono sbocchi», come se ognuno si preparasse ad assumere, fin dall’inizio e in tutto e per tutto, la durezza propria dell’apolide. La sede più appetibile per il mio dottorato di ricerca, quella in cima alla lista, era Magonza. Non «applicai» neppure, come usa dire nel gergo della precarietà.
Beppe Fenoglio, in ben altro contesto storico, scrisse che sono due le cose veramente difficili nella vita di un ragazzo: andare in guerra ed emigrare. Se la prima è risparmiata alla gran parte di noi, il dilagare della seconda colma generosamente lo scompenso. In ambo i casi la società pretende dalle sue giovani leve un atto di coraggio, un sacrificio che di rado esse le tributerebbero altrimenti. Oggi i miei colleghi sono sparpagliati per il Vecchio Continente, come in una diaspora moderna, ognuno con il proprio livello di soddisfazione professionale, ognuno con la sua difficoltà a combinare una vita sentimentale duratura con gli incarichi fatidicamente biennali, ognuno con la propria segreta nostalgia di casa. Chiamarla «fuga dei cervelli» è un modo implicito per attribuirne loro l’intenzionalità: forse «disseminazione dei cervelli», oppure «centrifuga» sarebbe più adeguato.
Tutto ciò, si badi, precede di molto la crisi, semmai la crisi lo aggrava e giustifica; tutto ciò è frutto di un sistema ben collaudato che ci preferisce sciolti, agili, svincolati dai legami profondi, siano essi affettivi o territoriali. Ed è pur vero che qualcuno di più anziano e vicino all’illuminazione potrebbe obiettare che scrollarsi di dosso simili legami è tutta salute, che partire per non tornare è la forma più sfrenata ed eccitante di libertà, e magari lo è davvero, ma il punto è l’avere o meno la possibilità di decidere quando è arrivato il proprio momento. Le iniziazioni troppo precoci, non realmente desiderate, assomigliano spesso a delle esecuzioni capitali e sono foriere di una tristezza lunga, sommessa e tenace. In «Gioventù», J.M. Coetzee racconta l’esordio in Gran Bretagna di un giovane informatico sudafricano con velleità da poeta, l’emarginazione inevitabile, gli appartamenti spersonalizzati con una brutta luce, i lavori noiosi, le amicizie e gli amori smozzicati. «È un programmatore di computer, un programmatore di computer di ventiquattro anni in un mondo in cui non ci sono programmatori di computer di trenta. A trentun anni si è troppo vecchi per fare i programmatori: si diventa qualcos’altro – una specie di uomini d’affari – oppure ci si spara un colpo.»
Non avevo mai pensato che a una giovane cinese l’Europa potesse fare tanta paura. Siamo sempre noi a temere l’altrove. In un certo senso, dovrebbe esserci di conforto: ci sentiamo tutti allo stesso modo, intrepidi ma terrorizzati, sovreccitati ma con una pistola premuta contro la tempia all’idea di andarcene. Imputiamo il malessere alla nostra scarsa inclinazione alla socialità, talvolta alla nostra italianità, ci detestiamo per essere dei pusillanimi, perché tutto quanto attorno ci suggerisce che perdersi nel mondo fra i venti e i trent’anni è l’espressione più compiuta dell’esistenza. Ecco, almeno questo no. Se ne avessi avuta la prontezza, lo avrei detto alla ragazza cinese, in mezzo al biancore austero dell’aeroporto di Shanghai: piangi, perché ti mancherà la persona oltre la porta, ti mancherà sul serio; piangi perché da oggi vivrai momenti di puro terrore e di solitudine inedita; piangi perché due anni e mezzo sono un tempo infinito alla tua età; piangi perché l’Europa fa paura sul serio, fa paura a un europeo, figurarsi a te; ma almeno non piangere perché ti senti debole, non rimproverarti per questo. Dovrebbe esserci una legge a proteggerci da un sacrificio del genere, un articolo nuovo nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo: il diritto a restare, fintanto che uno ne ha voglia. Ma non c’è.