Matematicamente e
umanamente perfetto.

La Stampa


Numeri primi di tutto il mondo sommatevi
di Bruno Ventavoli
2 Marzo 2008

«Qualcosa di terribile stava per succedere». Le correzioni di Franzen iniziano così. E così dice di sentirsi anche Paolo Giordano, giovane autore-rivelazione torinese, capace di mettere insieme – evento raro – pubblico e critica. Il suo romanzo d’esordio, La solitudine dei numeri primi (Mondadori), non solo trova ospitalità benevola su giornali e tv, ma scala le classifiche (su quella di Ttl, ieri, era primo degli italiani e 5° in totale). «Sì – dice, ironizzando sull’ebbrezza inattesa del successo – ho dentro quella piccola sensazione apocalittica dell’incipit di Franzen. Forse dipende dal Dna, forse dalla generazione alla quale appartengo. Mi sembra che stia sempre per succedere qualcosa di orribile.
Soprattutto la domenica. È la sindrome di Leopardi… nei dì di festa si sentono sempre le cose peggiori. Poi, fortunatamente, non succede niente». Succede molto, invece, ai due protagonisti del romanzo, incalzati da una scrittura sorprendente, coinvolgente e spietata al tempo stesso. Alice, ha appena sette anni, quando l’incontriamo nelle prime pagine, con un padre che la spinge sulle piste di sci, perché lo sport, la fatica, il gelo corroborano. In mezzo alla nebbia, lei se la fa addosso e per sfuggire alla vergogna cade, si fa male, patendo per tutta la vita le conseguenze dell’incidente. Mattia, ha invece una sorellina con un handicap mentale. Un giorno la lascia sola per stizza e leggerezza.
E anche a lui accadrà qualcosa di terribile che cambierà il corso dell’esistenza. Dicono che i numeri primi (vedi il titolo) siano solitari e sospettosi, nel loro essere divisibili solo per uno e per se stessi. Ma nella loro ostica famiglia se ne distinguono alcuni che sono ancora più speciali. Li chiamano «gemelli», perché pur continuando a essere soli, sono vicini, separati da un solo numero pari, tipo 11 e 13; 17 e 19; 41 e 43. Più si va avanti a contare, più queste coppie si diradano. E nell’infinito mare di cifre diventano sempre più isolati, smarriti, avvinghiati l’uno all’altro. Quasi come Alice e Mattia, intimamente simili nel cuore ferito, che a distanza di anni si ritrovano, si perdono, nella perversa maledizione della loro solitudine. L’aura matematica spinge Giordano verso la vasta pattuglia di autori funamboli tra scienza e parole. Ventisei anni, laureato in fisica teorica, sta facendo il dottorato di ricerca (sul «decadimento » del mesone B). Conosce Musil, Gadda, Primo Levi, tutti autori che hanno messo precisione razionale nelle turbolente combinazioni dell’alfabeto. Ma non è lì che guarda. La letteratura che più l’ha formato è quella di Carver, dei minimalisti, o di David Foster Wallace. Giordano ha suonato la chitarra e fatto musica elettronica, scrivendo canzoni con un amico. «Senza mai sentire l’urgenza di proporci a un pubblico ». Scrivere gli è sempre piaciuto, ma forse i fogli A4 sarebbero rimasti chiusi in un cassetto se non ci fosse stato l’intervento maieutico di una libraia. Ora, guardare le classifiche ogni settimana per ritrovare il proprio romanzo è emozionante. Ma la vita non è cambiata. Non sa neanche se e quando comincerà un nuovo romanzo. Per il momento pensa a tornare agli amici. Al cinema. Nella sua stanza all’università.
È nato quando il ’68 era già un’icona. Quando fortunatamente i violenti Anni 70 erano al tramonto. Appartiene insomma a quella generazione X, o Y, o chissà come definirla, che vediamo crescere sotto i nostri occhi nella flessibilità. «Non so mai bene se collocarmi tra i diciottenni o i trentenni. Mi sembra però che viviamo in un mondo che rimescola continuamente i ruoli. Ho letto in un libro di Galimberti che una volta il futuro veniva visto come promessa, adesso come minaccia. Sono d’accordo. E il nostro stato d’animo generazionale. E mi sembra che i cosiddetti padri non facciano molto per alleggerire questa atmosfera. Ma non per questo bisogna ripiegarsi su se stessi. La mancanza di ruoli fissi e di certezze può anche essere una ricchezza». Sullo sfondo del romanzo c’è una Torino
appena sbozzata. Chi vive qui riconosce immediatamente, forse per empatia, la collina, la Gran Madre, la pigrizia del Po. Ma il nome della città non è mai citato, perché Giordano, vuole sfuggire alle caratterizzazioni. Sono altre le verità narrative che insegue. «Mi interessava scrivere la storia di un’emarginazione sottile, subita e nello stesso tempo scelta. La doppia faccia della solitudine, dove il dolore convive con un’ orribile autocommiserazione. Insomma il groviglio che abbiamo tutti dentro». Aver studiato fisica, sicuramente, aiuta la lucidità, il distacco analitico nella scrittura.
Fin quasi quasi a recidere il cordone emotivo con le proprie creature di carta. «A dire il vero i due personaggi mi sono antipatici. E non li trovo nemmeno vittime. C’è stato un momento di sfortuna nella loro vita. Certo. Tuttavia non so quanta colpa attribuire al contesto, e quanta invece alla voglia di piangersi addosso. Il dolore spesso porta le persone a essere egoiste, fredde, sgradevoli. lo penso invece alla necessità quasi morale di emanciparsi dalle condizioni avverse». Già. Forse un altro suggerimento da questa generazione flessibile, spinta verso un futuro incerto e liquido.
Noi umani non siamo condannati, come i numeri primi, ad essere ontologicamente soli. Lasciarsi dividere da qualcun altro, pari o dispari, senza virgole e senza resti, è bellissimo. Matematicamente e umanamente perfetto.