Il fascino della scrittura di Giordano
sta nella sua abilità di delineare le personalità .

New York Times


Contando gli uni sugli altri.
di Liesl Schillinger
11 Aprile 2010

Un romanzo su un matematico distrutto e una sciatrice terrorizzata che si sentono interi solo quando sono soli.
Nel 2008 Paolo Giordano, un fisico italiano di 25 anni, ha pubblicato il suo primo romanzo. Intitolato “La solitudine dei numeri primi”, ha vinto il premio italiano più desiderato, lo Strega. L’Italia non ha un nucleo ampio di forti lettori e quindi il fatto che il suo esordio letterario abbia venduto più di un milione di copie dipende sia dallo straordinario magnetismo della voce di Giordano sia dall’interesse umano che si cela dietro alla “matematicità” del lato sinistro del cervello a cui allude titolo. (Il fatto che sia un bel ragazzo biondo con gli occhi azzurri non disturba di certo, anzi). Il libro è già stato tradotto in più di 30 lingue, tra cui la versione americana, scorrevole e perfetta, curata da Shaun Whiteside.
Giordano ha preso il titolo dalla matematica, che è la passione di uno dei due protagonisti, un ragazzo (e poi uomo) intelligente ed emotivamente incapace di vicinanza e contatto, di nome Mattia Balossino. Mattia trova un potere magico nella distanza “tentatrice” tra le coppie di numeri primi – numeri come 11 e 13, che non possono essere divisi altro che per se stessi, e che sembrano connessi dalla loro prossimità, ma non lo sono. “Perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero.” L’esistenza di tali coppie, che appaiono con sempre crescente rarità man mano che i numeri diventano più grandi e soprattutto quando raggiungono e superano i milioni, porta Mattia a sospettare che “che il loro vero destino sia quello di rimanere soli”. Ha un’amica che si chiama Alice Della Rocca, una ragazza (e poi una donna) turbata e sociofobica come lui. Mattia rappresenta se stesso e l’amica come “due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero”.
Il fascino della scrittura di Giordano sta nella sua abilità di delineare le personalità che si sono solidificate in queste due figure congelate. Mattia e Alice emergono come sculture di ghiaccio contro uno sfondo umano che l’autore si sforza di animare ma che i personaggi per primi non trattano come reale. Se ne restano in disparte, al di fuori – per scelta e per forza. Scrittori e registi hanno scavato nella natura romantica della figura dell’”outsider” per decenni e anche più. Ma Giordano deromanticizza l’alienazione sociale. Molto del pathos, nelle sue pagine, viene dalla sofferenza che i suoi personaggi menomati infliggono a chi li ama, a chi non riesce a capire che Mattia e Alice sono irraggiungibili. Imprigionati in circuiti sigillati di auto-relazione, rassomigliano a degli automi intelligenti e difettosi che ispirano emozioni negli altri ma senza poterle ricambiare.
E’ giusto aspettarsi che un osservatore sensibile colga la differenza? Recenti esperimenti scientifici condotti con dei “social robot”, creati per aiutare i malati di autismo o di Alzheimer a mettere in pratica le capacità interattive, hanno messo in evidenza un impulso umano quasi irresistibile di attribuire dei sentimenti a chi ci è caro anche quando il caso vuole che sia una macchina. In un articolo apparso nel New Yorker lo scorso autunno, il medico-scrittore Jerome Groopman intervistava una scienziata del M.I.T., Sherry Turkle, la quale lo metteva in guardia rispetto al fatto che i pazienti spesso sviluppano dei sentimenti verso i robot che lavorano con loro. I pazienti “cominciano a rapportarsi agli oggetti come se fossero persone”, gli ha detto. “Cominciano ad amare il robot e ad accudirlo, come se sentissero che si devono occupare anche del suo stato d’animo”. Groopman elabora questa osservazione: “Le persone cominciano a cercare la reciprocità, desiderando che il robot si prenda cura di loro”. Le radici biologiche di questo impulso sono molto profonde, aggiunge Turkle: “Attraverso l’evoluzione ci siamo trasformati in persone che, quando qualcosa ci guarda dritto negli occhi, sanno di avere dentro qualcuno che risponde”. Ci deve quindi sorprendere che, quando gli amici e i parenti guardano negli occhi di Mattia e Alice (che dopotutto sono esseri umani e non robot), si immaginino una connessione emotiva che non esiste affatto? Qualsiasi amore investito su di loro non produce frutti. Accudisci a tuo rischio e pericolo.
I personaggi solitari di Giordano si sono murati fuori dalle loro famiglie e dai coetanei come reazione a dei traumi infantili che non riescono a superare. Mattia è stato causa del proprio: alle scuole elementari, ha abbandonato la sorella gemella mentalmente disabile per un certo tempo (breve ma con conseguenze terribili) in modo da potere, almeno per una volta, giocare con gli altri bambini senza averla tra i piedi. Negli anni cerca di espiare la sua colpa procurandosi delle ferite con lamette e fiamme, e scegliendosi per compagni simboli e numeri invece che delle persone. La sua malinconia irrita i suoi genitori. Una volta, quando si materializza a casa in modo tranquillo e improvviso “come un ologramma proiettato dal pavimento, con il suo sguardo accigliato” sua madre fa cadere un piatto per lo spavento. E quando vince una borsa di studio per andare all’estero, dopo l’università, la madre ne è contenta. “Al contrario, desiderava con tutte le sue forze che lui accettasse, che sparisse da quella casa, dal posto che ogni sera a cena occupava di fronte a lei, con la sua testa nera crollata verso il piatto e quell’alone contagioso di tragedia che lo circondava.”
La calamità per Alice è stata invece provocata da suo padre, che la voleva per forza far diventare una campionessa di sci. A sette anni in una caduta sulle piste l’aveva quasi uccisa, lasciandole delle cicatrici deturpanti, una camminata seriamente zoppa e una visione del mondo indelebilmente amara. “Desiderava con avidità la spregiudicatezza delle sue coetanee, il loro vacuo senso di immortalità” scrive Giordano. “Desiderava tutta la leggerezza dei suoi quindici anni, ma nel cercare di afferrarla diventava consapevole della furia con cui il tempo a sua disposizione stava scivolando via.” Alice incolpa suo padre del suo disadattamento. “Non ti importa se mi hai rovinata per sempre” lo accusa freddamente, quando le rifiuta il permesso di farsi un tatuaggio. Ma non è uno sfogo troppo facile? Non dovrebbe sentirsi responsabile di migliorare? Anoressica, nevrotica e ostile, Alice tiene il muso e si ribella finché non incontra Mattia, e i loro due disadattamenti si uniscono – o quasi. Per lei, lui rappresenta “l’estremità di quel groviglio che lei si portava dentro, attorcigliato dagli anni” che forse non riuscirà mai a sciogliere. Per lui lei è un vettore che avrebbe potuto non esistere. La crudeltà delle punizioni che infliggono a se stessi e la delicatezza del loro avvicinamento (che giunge al suo culmine soltanto per poi venir ributtato indietro, come se fosse strattonato da un invisibile cappio al collo) forma una danza inquietante ed intermittente, che solo loro possono condividere.
E tuttavia, Mattia e Alice crescono, e uomini e donne di buon cuore si innamorano di loro, attratti dalla loro diffidenza. Che cos’è che certe volte ci spinge verso persone turbate, in frantumi, prese da se stesse, ma con un misterioso potere di attrazione? Forse le loro fragilità e le loro percezioni spezzate li rendono più interessanti di partner più forti e completi?
Per Nadia, traduttrice nella città straniera dove Mattia studia, è la sua stranezza quello che la attira. Nadia sa che lui è strano, ma con se stessa razionalizza, dicendosi che così sono molti matematici: “La materia che studiavano sembra attirare solo personaggi sinistri”. Conquistata dalla nonchalance di Mattia, vede “qualcosa nello sguardo, come un corpuscolo brillante che nuotava in quegli occhi scuri e che, Nadia ne era sicura, nessuna donna era ancora stata in grado di catturare.” Nadia gli dice: “Io non lo so che cos’hai. Ma qualunque cosa sia, credo che mi piaccia.” Povera Nadia. Come può pensare di ottenere anche solo il fantomatico affetto da “primo gemello” di Mattia? Per lui, Nadia è “soltanto un nome e una sequenza di cifre, soprattutto dispari.”
Nel frattempo, in Italia, un giovane dottore di nome Fabio corteggia Alice. Potrebbe avere facilmente l’amore di una donna affettuosa, sana, attenta e capace, ma invece fa la corte alla sofferente e distante Alice, che gli nasconde la sua anoressia e lo guarda Fabio con repulsione mentre consuma la sua cena serale. Fabio percepisce troppo tardi l’unilateralità del loro legame. “Voglio sentire le mie ossa sbriciolarsi” gli dice Alice con tono di sfida, mentre lui cerca una normalità che lei non è in grado di dargli. “Voglio bloccare il meccanismo.” Garbo l’aveva detto più semplicemente: “Voglio restare sola”.
La storia – la spiegazione, in realtà – di come due persone trovino la solitudine più confortante della compagnia è il sottile lavoro di questo romanzo tormentato di Paolo Giordano, una macchina ben oliata e azionata dal perverso meccanismo del bisogno.