O Lost

Arriva in Italia la versione integrale del romanzo di Thomas Wolfe.

di Paolo Giordano
pubblicato su Il Corriere della Sera, il 5 aprile 2014.

O Lost – Storia della vita perduta, il miracolo di Thomas Wolfe, esce nella sua versione integrale, quella che nel 1929 si impose dentro uno scatolone zeppo di fogli sulla scrivania del leggendario editor della Scribner’s Sons, Max Perkins. Non tagliato dunque, né addomesticato, com’era invece nella forma che la Scribner’s – e l’Einaudi in Italia – fecero conoscere con il titolo Angelo, guarda il passato.

O Lost appartiene a quella categoria sparuta di romanzi che fanno non del mondo, bensì dello sconfinato territorio dell’Io il loro campo d’azione. Romanzi dalle ambizioni folli, come la Recherche, come Ulisse o il più recente La mia lotta del norvegese Karl Knausgard. Sono libri necessariamente lunghi e mai davvero conclusi, interrotti semmai, perché il loro raggio è infinito in ogni direzione come lo è, per l’appunto, la vita interiore quando si rivela molto fertile. «Fuori misura a tutti gli effetti: [...] scomodo, affascinante, bizzarro, imponente, smodato, intimidatorio»: così Riccardo Reim definisce l’opera di Wolfe nella sua bella introduzione. L’idea di affrontare un volume tanto poderoso nella nostra quotidianità frantumata può spaventare ma, se ci dimostriamo abbastanza coraggiosi da vincere la ritrosia iniziale, ne saremo certo ricompensati. Letture come questa diverranno per noi come nuovi arti, invisibili e dall’estensione illimitata. È per questo che alla fine dell’inverno mi sono concesso O Lost: me lo sono concesso come un regalo.
La storia è narrata in terza persona, ma l’Io che ospita tutto e tutto piega al proprio potere è quello di Eugene Gant, un personaggio che è la copia quasi esatta dell’autore, perfino nelle sembianze (come lui, anche Thomas Wolfe era una specie di gigante dinoccolato). Il suo è un Io ipertrofico, narcisistico come pochi altri incontrati in letteratura. Wolfe attribuisce al proprio alter-ego ragionamenti articolati e un senso di sé ai limiti del credibile, fin da quando è neonato: «il suo apparato sensoriale era così perfetto che nel momento in cui percepiva una cosa, questa si accompagnava a tutto il contorno di colore, calore, odore, suono, sapore». Lo accompagniamo attraverso l’infanzia, l’adolescenza, fino alla soglia dell’età adulta, quando la narrazione si interrompe con il suo sguardo alzato verso «le catene montuose [del futuro?] che si ergono lontane». Un romanzo di formazione in piena regola, quindi.
Una struttura troppo canonica dovette però sembrare insufficiente a Thomas Wolfe per dare conto dell’evento eccezionale che la nascita di Eugene Gant (ovvero la sua) significava per il mondo. Scelse così di aprire il libro con un lungo prologo, che prepara l’avvento di Eugene come un tappeto rosso e comincia durante la guerra di secessione, quasi che la Storia intera fosse finalizzata ad accogliere il protagonista. La mano implacabile dell’editor Max Perkins ridusse il prologo da cento ad appena tre pagine. Oggi, per fortuna, abbiamo l’occasione di leggerlo per intero e di scoprire che si tratta di una delle parti più felici dell’opera.
Eugene esordisce «sul teatro degli eventi umani» in un anno cruciale e simbolico: il 1900. È il più giovane dei fratelli Gant – tra cui Frank, Effie, Fred, Mabel, Ben –, tutti nati dal grembo di Julia Pentland e dal seme di Oliver Gant eppure straordinariamente diversi. Insieme, con i loro caratteri estremi ognuno per un verso, danno forma a una saga famigliare commovente, chiassosa, ironica e talvolta spietata, alla quale possiamo restituire il suo posto fra i capostipiti del genere, forse il genere per eccellenza della letteratura americana contemporanea. «Uno strano, ricco clan» quello dei Gant, «con la sua straordinaria miscela di successo e mancanza di senso pratico, l’attaccamento al denaro, il fanatismo visionario. Eccoli tutti presenti, con le loro sconcertanti contraddizioni.» Una simile varietà non poteva che scaturire dall’incontro fra due opposti e tali sono Julia e Oliver, i due personaggi più sfaccettati, complessi e indimenticabili del libro, anche loro trasfigurati solo in minima parte rispetto dai corrispettivi reali. Wolfe impiegò quasi 800 pagine per riversare su carta l’impressione che i suoi genitori ebbero su di lui, per liberarsi dal loro ascendente persecutorio, così come dai ricordi della cittadina in cui crebbe, Asheville (nel libro mutata in Altamont), e potremmo scommettere che non gli siano bastate. Eugene, già cresciuto, dirà infatti: «Andarsene non è difficile. Ma quando riusciremo a dimenticare?».
Il padre, Oliver Gant, è uno scalpellino. Incide lastre di marmo, soprattutto per i cimiteri. Da quando, ancora ragazzo, ha visto la statua di un angelo è ossessionato da quell’immagine. Sogna di realizzarne uno uguale un giorno, un angelo che abbia le sembianze della sua anima frustrata. Avrebbe sul serio, forse, il temperamento dell’artista, ma la vita gli concede di diventare soltanto un ubriacone. Quando beve troppo fa a pezzi la casa e le persone, e la figlia Mabel è l’unica in grado di sedarlo – sacrifica la sua stessa vita per lui. Oliver conosce a memoria Shakespeare e si lamenta del destino che lo ha punito, mettendogli accanto una donna arcigna e priva di sentimento come Julia. Lei, al contrario del marito, è interessata solo al denaro, anzi al possesso della terra. Misura la grandezza del proprio spirito con gli ettari che riesce ad acquistare, uno dopo l’altro. Quando la sofferenza fa le sue incursioni violente nella famiglia, come alla morte precoce di uno dei fratelli, rimane sgomenta e incapace di reagire. Proprio Julia si rivela con il procedere delle pagine il fulcro vero e inconoscibile del romanzo. «Nel suo oscuro grembo non conoscemmo il volto di nostra madre», scrive Wolfe in uno degli accessi misteriosi di lirismo che pervadono il libro, «dalla prigione della sua carne siamo giunti all’indescrivibile, indicibile prigione di questa terra»: parla dell’assoluto, ma al tempo stesso dice qualcosa di tragicamente particolare e preciso su di sé, sulla propria storia di figlio e di fratello.
Eugene, che tutto vuole ingoiare, che tutto vuole succhiare, che brama confondersi con ogni entità fino a diventare quell’entità – «un sasso, una foglia, una porta nascosta» – sembra alla costante e disperata ricerca del seno tiepido che gli è mancato. Vuole trarre nutrimento, «colore, calore, odore, suono, sapore» da qualunque cosa. Non si sazierà mai ovviamente, perché nulla in questa vita sostituisce l’affetto latitante di una madre. «Quando riusciremo a dimenticare?» Mai, sembra essere la risposta non pronunciata.
La sua ferita è perennemente aperta e si manifesta di continuo: nel bisogno smodato di affermarsi, nell’eccessività di ogni pulsione, nei riferimenti continui alla mitologia e, curiosamente, nella celebrazione del cibo. Wolfe scrive pagine grandiose per descrivere la fame mai soddisfatta della famiglia Gant, le colazioni a base di pomodori carnosi e fette spesse di bacon e uova e verdure, i coltelli affilati sull’acciarino un attimo prima di essere conficcati nell’arrosto. «È proprio inutile pensare a tutto ciò che è elevato e appassionato senza cibo», afferma. «Non si può riscattare dai barbari colui che non è disposto a dedicare al cibo almeno tre ore al giorno.»
Nel libro Dio compare poco, almeno nelle sue forme convenzionali, ma O Lost è tutto intriso di divino, un divino che ha a che vedere, di nuovo, con la potenza irrefrenabile dell’Io del protagonista, con la sua personalità immaginifica, intrappolata in una gabbia d’isteria, «creativa» nel senso vero e ampio del termine. Eugene Gant è un messia laico e fallimentare, consapevole che «nel [suo] dolore c’è un aspetto antichissimo ed eterno» e che lo sforzo dell’arte non sarà mai sufficiente a eliminarlo: «ci sarà ancora dolore nel cuore e nella mente dopo Joyce». Come un vero messia, è un puro di cuore, non realmente equipaggiato per resistere alla spietatezza degli uomini. Patirà un lento supplizio nell’America filistea dei primi del Novecento, dove ognuno insegue con brutalità e odio calcolatore il proprio stupido successo, «perché una corona di spine è toccata in sorte [...] a quelli che entrano ignudi in questo mondo, e con la pelle tutta scorticata sono costretti a vivervi e soggiornarvi».
Storia di formazione, saga famigliare, racconto della purezza; romanzo sovreccitato e sovrabbondante, con una ricchezza compositiva e una varietà di stili – dall’epica alla canzonetta sconcia, dalla pièce teatrale alla prosa più introspettiva – che non ti lasciano mai ritrarre nella noia, istrionico, popolato dai «demoni del luogo e quelli del moto, quelli dell’aria e dell’aria superiore, e quelli che nuotano sotto i mari, quelli limitati al moto locale e gli spiriti incorporei che abitano tutto lo spazio»: insieme all’ingombrante manoscritto di O Lost, Wolfe inviò una lettera di presentazione all’editor Max Perkins. Diceva: «Credo non sia corretto dare per scontato che un libro molto lungo sia un libro troppo lungo». Aveva ragione. È per questo che accogliamo con riconoscenza la coraggiosa versione primigenia dell’opera, nella nuova limpida traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini. E chi davvero non trovasse il coraggio di iniziare un romanzo tanto lungo potrebbe comunque sbirciare i capitoli 30 e 31, dove Wolfe racconta l’amore breve e struggente fra Eugene e Laura James, e così concedersi almeno una passeggiata in questa «terra oscura, [severamente] vietata agli asettici».