L’obbligo della scuola

Gli scrittori parlano di come trasformare la scuola: un progetto in collaborazione con La Lettura.

di Paolo Giordano
pubblicato su La Lettura, il 20 aprile 2014.

Gli scrittori si sono occupati spesso di scuola. Con articoli, iniziative, dibattiti e libri interi. Non è un caso. Difficile trovare un ambito che riguardi uno scrittore più da vicino dell’istruzione, perché è nel grembo scolastico che si è sviluppata molta parte di ciò che lui (o lei) è, e perché gli studenti sono degli interlocutori del tutto speciali, di norma i più difficili che ci si possa trovare di fronte, i più emozionanti e indomiti, i meno facili alla seduzione. Infine, non ultima fra le ragioni, soltanto la loro presenza e la loro qualità garantiscono che esista un futuro per l’editoria.

Alcuni scrittori, poi, sono più sensibili di altri al tema dell’apprendimento, magari perché sono essi stessi insegnanti, o più semplicemente perché hanno figli in età scolare. Perciò osservano, ognuno dal suo sistema di riferimento, e magari osano avanzare critiche, idee, dubbi. Nella quantità di pubblicazioni che vengono continuamente prodotte, tuttavia, molti degli spunti rischiano di disperdersi, di passare inosservati o di essere diluiti in testi troppo lunghi.
Ciò che vorremmo tentare, qui sulla Lettura, è di capitalizzare almeno una parte del pensiero che si è prodotto intorno alla scuola, condensandolo in una serie di puntate, di appena una pagina ognuna. A ciascun autore verrà chiesto di individuare un tema scottante che riguarda la scuola dell’obbligo, un tema sul quale si sente di avanzare delle proposte concrete o per lo meno delle provocazioni che siano costruttive. Niente analisi globali, quindi, niente invettive sarcastiche né lamentele, delle quali i mezzi di informazione sono già affollati, ma riflessioni puntuali e volte al miglioramento. Una sorta di consultazione non richiesta, che speriamo arrivi direttamente sotto forma di questo allegato sulle scrivanie dei responsabili di governo; una consultazione che vorremmo diventasse assai più ampia e capillare di così, coinvolgendo gli insegnanti, i dirigenti scolastici, il personale non docente, i ragazzi e i loro genitori nello spazio di commento che verrà aperto su corriere.it, e che chiediamo di utilizzare con lo stesso spirito: non come vetrina di sfogo, bensì come assemblea virtuale di confronto e progettualità.
Abbiamo deciso di restringere il campo, almeno inizialmente, alla scuola dell’obbligo, perché ogni emergenza, se di emergenza si può parlare, comincia da lì. La scuola dell’obbligo riguarda tutti: tutti ci siamo passati e tutti abbiamo un figlio o una nipote o un amico più giovane che la stanno attraversando. Molto di ciò che sarà dell’Italia fra trent’anni dipende dalla scuola dell’obbligo di oggi. Può sembrare una banalità retorica, ma è un dato del quale raramente si tiene conto nelle decisioni che riguardano il Paese. Ogni studente alienato dall’istituzione scolastica agli esordi del suo percorso, per motivi personali o estrinseci, è un debito che dovrà essere saldato entro qualche decennio dalla collettività, e con interessi spaventosi. È vero, risollevare un bambino o un ragazzo da una condizione difficile è talvolta faticoso quanto raddrizzare una nave da crociera sdraiata sul fianco. Ma per quell’impresa abbiamo messo in campo soldi e strategie e una precisione tecnica ammirevole: davvero non possiamo pretendere lo stesso quando si tratta della vita quotidiana e dell’istruzione degli italiani più giovani?
Quello che abbiamo di fronte non è un grande paesaggio. La scuola italiana, anche quella primaria della quale ci siamo spesso vantati, appare oggi sprofondata in uno stato di torpore, di inerzia, senz’altro di necessità, dopo essere stata per lungo tempo – e colpevolmente – tenuta ai margini di ogni discussione politica rilevante. Ovunque si trovano strutture inadeguate (a partire dagli edifici), strutture nelle quali i docenti più audaci riescono a creare delle oasi di benessere soltanto a costo di sforzi personali sovrumani, e il cui buon funzionamento è comunque affidato alla resilienza e al romanticismo dei singoli. Gli standard medi di qualità della vita dei ragazzi all’interno della scuola e la loro soddisfazione intanto si abbassano, o per lo meno è questo che i media non vedono l’ora di sbandierare, a volte con perverso godimento. Ciò accade proprio in un momento delicato di rapidissima mutazione. Il dominio improvviso della tecnologia, il melting pot nel quale nessuno di noi adulti ha davvero vissuto da ragazzo e sul quale siamo pertanto impreparati, l’insorgenza e il dilagare di disturbi dell’apprendimento che ancora non sappiamo se ricondurre a quelli preesistenti o se considerare del tutto nuovi: una moltitudine di fattori concorrono ad allontanarci dagli studenti di oggi, creando uno iato generazionale, specie fra insegnanti e allievi, che forse non è mai stato ampio quanto oggi, uno iato che lasciato a se stesso rischia di essere colmato soltanto da noia, insofferenza e frustrazione.
Siamo un paese in crisi: talvolta sembra che affermarlo sia sufficiente per giustificare ogni carenza. Siamo ancora un paese civile, però. E, forse, uno dei nostri primissimi mandati è quello di salvaguardare dalla crisi almeno i bambini e i ragazzi in età scolare. Possiamo regalare loro, almeno fino ai sedici anni, un intervallo se non proprio dorato almeno da trascorrere in ambienti protetti e confortevoli, secondo schemi che siano davvero congeniali e dove poter apprendere e costruirsi solidamente e con serenità. Avranno il resto della vita per fare i conti con l’amarezza della crisi. Tutto ciò è utopico? Forse lo è. Ma l’utopia è sempre stata una prerogativa, e in parte un dovere, degli scrittori.
«La scuola dell’obbligo», ma anche «l’obbligo della scuola», quindi: un obbligo al quale dobbiamo ottemperare innanzitutto noi adulti. Come scrittori proviamo a metterci in gioco, consapevoli di proteggere egoisticamente anche noi stessi dall’estinzione, perché senza una scuola buona non ci saranno più lettori. Senza una scuola buona non ci sarà più pensiero critico. Senza una scuola buona non ci sarà più nemmeno una democrazia.