È un libro veramente riuscito
e merita il successo che ha avuto.

The Guardian


Schemi ripetuti.
di Tobias Jones

Un racconto melanconico che commuove.
Per ragioni puramente professionali mi aspettavo che questo libro non mi piacesse. Qualunque scrittore il cui primo romanzo venda più di un milione di copie in tutto il mondo, e che in più risulti vincitore del più prestigioso premio letterario italiano, il Premio Strega, ci rende un po’ verdi d’invidia. Se si aggiunge il fatto che Paolo Giordano è dal lato giusto, cioè di qua, dei 30 anni e che scrivere è per lui un hobby (il suo lavoro è quello di fisico delle particelle), capirete perché mi stavo preparando a dare un bel calcio al suo tomo dal titolo pretenzioso.
Ma in realtà è un libro veramente riuscito e merita il successo che ha avuto. Apparentemente è un romanzo di formazione su due ragazzi soli che hanno avuto degli incidenti traumatici nella loro infanzia. Alice ha avuto un incidente sciistico, si è rotta una gamba e si porta dietro l’etichetta di storpia perché zoppica. Mattia invece ha abbandonato la sorella gemella nel parco; dato che è mentalmente ritardata, la trovava un ingombro imbarazzante. E la sorella non viene più ritrovata. Giordano traccia i successivi 24 anni delle loro vite: la loro separazione dalla società, il loro disagio verso i genitori oppressivi o troppo premurosi, la loro distanza dai compagni di scuola e persino tra di loro. Il titolo viene da Mattia, che essendo un patito della matematica dice che lui e Alice sono due “primi gemelli”, come l’11 e il 13, o il 17 e il 19, individui solitari, per sempre legati ma per sempre separati.
Buona parte del romanzo è dedicato ai dolorosi e goffi anni dell’adolescenza dei due protagonisti. Ci sono, inevitabilmente, prolungati episodi di anoressia e autolesionismo. C’è un incidente riguardo a un tatuaggio e molta ansietà riguardo ai baci e al contatto fisico. Ci sono molte scene sulla crudeltà, sul senso di sé e sulla forzata spontaneità dell’adolescenza. E’ una lettura desolata ma nello stesso tempo ipnotica perché, come un genitore impotente, ti viene da essere molto preoccupato per questi ragazzi disturbati.
Mattia è l’archetipo del ragazzo prodigio che trova più facile rapportarsi con i numeri che non con gli esseri umani. È un personaggio antisociale, incapace di guardare la gente negli occhi o di liberarsi della sua colpa. La sua unica relazione è con gli schemi matematici e le forme geometriche, con il risultato che se ne viene fuori con delle metafore piuttosto bizzarre: baciarsi diventa “una banale sequenza di vettori”; la gente agita le mani ”come se imitasse la forma di un elicottero”; quando le sue gambe tremano il termine “anelastico” è quello che gli viene in mente.
Alice è soltanto un pochettino più funzionante. Cerca di tirare fuori Mattia, di blandirlo verso il mondo degli adulti, ma lei stessa resta presa nella morsa di un disordine interiore. E’ respinta dalla fisicità del cibo e la sua vita comincia ma si ferma subito, come una macchina rimasta senza benzina. Altri personaggi minori, come il gay Denis o il tranquillo Fabio, sono ritratti in modo altrettanto convincente, così come convincenti sono una serie di piccole osservazioni, come quella che durante un litigio gli oggetti inanimati diventano “terribilmente insistenti”.
Parte del successo del libro viene dal suo minimalismo. Scene, dialoghi e descrizioni sono – in netto contrasto con lo stile florido della maggior parte della narrativa italiana – brevi, quasi laconici. Sarebbe stato facile cadere nel melodramma e produrre un finale felice, ma Giordano resta gelido come i suoi personaggi, e offre solo malintesi e mancate opportunità, verso un finale profondamente amaro. Il momento della verità arriva quando Mattia è chiuso in bagno, costretto a prendere una decisione. Invece di concludere che “le cose devono essere” ma che ci può essere un significato o uno scopo o un destino o una provvidenza, conclude semplicemente che la gente si appiglia alle coincidenze e “da queste trae la sua vita”. Mattia, è chiaro, non è uno che si appigli alle coincidenze, né tantomeno a una donna.
Tutto questo crea una lettura malinconica ma stranamente bella. La traduzione di Shaun Whiteside è esemplare e le acute descrizioni della competitività, della rabbia e delle aspirazioni degli adolescenti fanno venire in mente la scrittura di Alan Warner. In qualche modo lo status di cult che il libro ha acquisito è simile a I dolori del giovane Werther di Goethe, e forse per la stessa ragione: è stranamente piacevole, quasi consolante, leggere delle tragedie, inventate, degli altri.