La letteratura italiana si rivolge, sempre di più,
alla dura realtà, alla vita vera.

Trouw


Soli, fragili ed inavvicinabili:
il primo romanzo di un ventenne italiano conquista l’Italia.
di Ronald de Rooy
17 Gennaio 2009

Ancora prima di iniziare a leggerlo, il romanzo affascina con il suo titolo misterioso e lo sguardo immobile e inquietante dall’immagine di copertina, un autoritratto molto particolare di una giovane fotografa olandese (per saperne di più: rooze.deviantart.com) scelto anche per la versione originale in italiano.
I due protagonisti, Alice e Mattia, hanno tutti e due vissuto un trauma nella loro infanzia e ne sono rimasti feriti nel più profondo della loro anima. Nel caso di Alice si tratta di una esperienza legata alle lezioni di sci a cui la obbligava suo padre, che si aspettava moltissimo dalle prestazioni sportive della figlia. “Bene. E oggi fai vedere chi sei”, urlava in continuazione, ma per Alice, una ragazza minuta, ogni lezione era una tortura. Spesso finiva per farsi la pipì nei pantaloni e un giorno di fitta nebbia in gennaio, nel 1983, il nervoso e la paura erano tali che le scappava addirittura la cacca. Si vergognava e quindi decise di allontanarsi e tornare a casa, ma invece cadde e si ruppe una gamba. Incapace di muoversi e terrorizzata dalla possibile presenza dei lupi, perse conoscenza. E da allora ogni giorno della sua vita una gamba che trascina riluttante e spesso insensibile la fa ricordare quella giornata nera.
L’infanzia di Mattia invece è segnata dalla presenza di una sorella gemella mentalmente handicappata, Michela, che gli veniva affidata e di cui si sentiva responsabile. Spesso Mattia si taglia o fa delle bruciature sulle mani e sulle braccia. Alice vive una vita di insicurezze e punisce il suo corpo rifiutandosi di mangiare. Nel libro non si parla mai direttamente di queste manifestazioni di auto-mutilitazione, ma la loro presenza distruttiva e continua è più che evidente.
I due adolescenti, feriti e soli, si incontrano al liceo, sono attratti l’uno dall’altro, ma la loro vicinanza non può funzionare. Durante gli studi di matematica Mattia scopre che lui e Alice sono come due numeri primi gemelli: “Soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero”. Alice ha la stessa sensazione: “Perché lei e Mattia erano uniti da un filo elastico e invisibile, sepolto sotto un mucchio di cose di poca importanza, un filo che poteva esistere soltanto tra due come loro: due che avevano riconosciuto la propria solitudine l’uno nell’altra.”
L’identità individuale si basa non solo sul passato e sui ricordi, ma anche sui progetti, sulle promesse e sui sogni per il futuro. La tragedia è che Alice e Mattia, traumatizzati dalla loro infanzia, vivono nel passato e quindi trovano la strada verso il futuro sempre bloccata.
Soltanto quando sono insieme si accorgono di questo legame misterioso, ma nei momenti essenziali non sono capaci di esprimere le loro vero emozioni e di consolidarle.
Alice è l’unica persona alla quale, 14 anni dopo l’incidente fatale, Mattia racconta il segreto della sorella gemella; ma non riesce ad esprimere i suo sentimenti per Alice. “A lei non l’aveva mai detto. Quando immaginava di confessarle queste cose, il sottile strato di sudore sulle sue mani evaporava del tutto e per dieci minuti buoni non era più in grado di toccare nessun oggetto.”
Ed è così che le vite di entrambi restano una fuga dal momento, dalla realtà. Mattia vive soltanto per le ricerche astratte della matematica, mentre Alice cerca di congelare e controllare la vita fotografandola.
Quali sono i motivi del successo strepitoso di questo primo romanzo? In parte è dovuto alla formazione scientifica e analitica dell’autore. Non è la prima volta che il paradosso tra beta e alfa è alla base della grande letteratura. Tra i più grandi capolavori italiani ci sono quelli del chimico Primo Levi, dell’ingegnere Carlo Emilio Gadda e di Italo Calvino, specialista di modelli matematici. E certo in questo romanzo si nota la formazione scientifica di Giordano, ad esempio nella scrittura perfettamente controllata. La struttura delle frasi è sempre precisa, il vocabolario e lo stile sempre su un livello medio, mai troppo alto, mai troppo basso. Ma l’aspetto che colpisce di più è il modo in cui i protagonisti considerano il mondo e se stessi. Primo fra tutti Mattia, che diventa un matematico brillante, ma anche Alice, che alla ricerca fotografica applica lo stesso sguardo iperanalitico verso ogni minuscolo dettaglio.
Il libro di Giordano fa parte di una lunga tradizione di romanzi italiani che raccontano le vite deludenti di bambini ed adolescenti. Scrittori popolari come Melania Mazzucco, Niccolò Ammaniti e Sandro Veronesi hanno descritto in maniera indimenticabile i pezzi di un mosaico drammatico: famiglie separate, bambini infelici e abbandonati a se stessi, troppo presto costretti a fare delle scelte impossibili. Amici crudeli e sadici che usano i loro coetanei più vulnerabili e sensibili per indulgere nelle loro tendenze perverse. Genitori ed adulti che invece stanno a guardare, incapaci di intervenire. Nemmeno i genitori di Alice e Mattia sanno trovare una soluzione per i problemi dei loro figli, talmente sono assorbiti dai propri sensi di colpa. Giordano deve sicuramente una parte del suo successo al fatto che tanti giovani italiani si riconoscono nei personaggi disturbati e marginali come Alice e Mattia.
Non si può parlare di una lista di best seller italiani senza citare il coraggioso Roberto Saviano, autore dall’influente “Gomorra”. Grazie a questa giovane generazione la letteratura italiana si rivolge, sempre di più, alla dura realtà, alla vita vera. Esattamente come la fine del primo romanzo di Giordano. La maggior parte degli autori dei capolavori drammatici italiani, e questo vale soprattutto per i film, in genere non sanno resistere all’happy end. Un esempio recente è l’impressionante epopea di una famiglia e di una generazione, “La meglio Gioventù” (2003) di Marco Tullio Giordano, che si conclude però con una scena abbastanza improbabile e surreale in cui Mattia, ormai defunto, unisce i destini della sua compagna Mirella al fratello Nicola. Infine, l’aspetto impressionante di “La solitudine dei numeri primi” è che sembra avere una fine surreale e promettente. Invece anche per quella scelta ci vuole coraggio.