Un amore clandestino sotto l’albero

di Paolo Giordano
pubblicato su Corriere della Sera, il 24 dicembre 2012

Abbiamo cominciato scambiandoci dei regali. Si trattava di doni proibiti, perché entrambi eravamo vincolati sentimentalmente altrove – oppure no, considerando ciò che è successo dopo, non dovrei dire «sentimentalmente»: eravamo vincolati altrove, punto.

Per i nostri incontri sceglievamo dei luoghi di passaggio, precari quanto noi, all’angolo di quella e quell’altra strada. C’erano sempre troppi secondi per realizzare la sconvenienza del tutto, quando ci trovavamo alle estremità opposte delle strisce pedonali, bloccati da un semaforo rosso. Entravamo nel primo bar, senza riguardo per l’arredamento né l’atmosfera, e il più delle volte non ci sedevamo neppure, restavamo in piedi al bancone, i giacconi imbottiti che trattenevano ogni calore fisico. Avevamo sempre molto da dirci – è stato questo, infine, a erodere il contorno fino a renderlo un mucchio di cenere senza importanza -: avevamo molto da dirci e nessun tempo per farlo. Dopo avere scartato i rispettivi regali, io la riaccompagnavo alla macchina, sempre posteggiata in spazi inopportuni, le frecce di emergenza ancora lampeggianti, come un allarme antincendio. Lasciavamo un discorso a metà soltanto per riprenderlo pochi minuti dopo, al telefono.
L’anno in cui ho alzato la posta, l’ho fatto prima di Natale. In un negozio di cianfrusaglie etniche ho domandato alla commessa di aprire l’unica teca che conteneva oggetti di vaga preziosità e, al termine di lunghe consultazioni con il mio senso di colpa, ho preso fra le dita un bracciale berbero di argento brunito, il più costoso e ingombrante della collezione. Il messaggio implicito sarebbe stato palese per tutti, ma non lo era per me: adesso trova il modo di giustificarlo e di indossarlo e, se non lo farai, io ne soffrirò. Scoprii, qualche giorno più tardi, durante lo scambio di pacchetti nell’ennesima caffetteria sconosciuta dei portici, che ero stato timido. Lei si presentò sovrastata da un enorme imballaggio bianco che a malapena entrò dalla porta del locale: mi aveva comprato una sedia. Che trovassi io il modo di giustificarla.
Tutto questo tramare era sconosciuto per me, pauroso ed eccitante come scendere i gradini di un locale a luci rosse a sedici anni (similitudine azzeccata benché, a quello stadio, il desiderio erotico fosse ben sigillato fra noi: il sesso era un cerchio di fuoco dentro cui avremmo dovuto saltare ma che non osavamo neppure guardare, e poco conta che lei, oggi, mi accusi di essere stato il solo codardo fra i due). L’unico amore della mia vita risaliva a diversi anni prima: il Grande Amore Non Corrisposto della tarda adolescenza, che avevo ammazzato di botte, a colpi di sottolineature su una versione Bur della «Metafisica dell’amore sessuale» di Schopenhauer, dove l’impulso erotico veniva impudentemente smascherato, come l’inganno che la Natura perpetrava nei miei confronti per adempiere ai suoi scopi ciechi di autoconservazione. Quel pestaggio furioso del sentimento aveva segregato quasi tutti i miei slanci e siglato un divorzio precoce fra desiderio e relazioni apparenti. Almeno, fino alla pratica dei regali clandestini.
Ogni anno, nel consuntivo che Google presenta sui nostri dubbi e le nostre aspirazioni, disponendo in un istogramma le parole digitate sul portale in ogni lingua del mondo, la domanda più ricorrente risulta la stessa: che cos’è l’amore? Migliaia di persone – uomini e donne, single e accoppiati o con amanti plurimi, di ogni nazionalità e confessione sessuale – in una sera di particolare confusione hanno interrogato sul più abissale dei turbamenti il monitor del computer che tutto conosce. L’oracolo ha parlato loro sotto forma di massime illustri, metafore e canzonette commerciali, lasciandoli infine – ci scommetto – insoddisfatti.
Il 2012 ha portato le sue risposte specifiche: dall’amore rapace ma squisitamente cortese delle Cinquanta sfumature, all’Amour dei vecchietti di Haneke, che si prendono cura l’uno dell’altra fino ai limiti insopportabili della decadenza fisica. Spero che non disturberà nessuno, perciò, se aggiungo in coda all’anno anche la mia. È spregiudicato e privo di senso, lo so, come pretendere di racchiudere fra le mani un gas nobile, ma proprio per questo le mie affermazioni si disperderanno nel tempo necessario a pronunciarle, mescolate ad altre nell’etere smielato del sentimentalismo – avranno significato soltanto per oggi, a poche ore dal Natale. Che cos’è l’amore? A trent’anni non ho definizioni valide, se non una operativa: l’amore è amore mentre si manifesta. Fuori dall’istante, non è che il tentativo di spiegarlo.
Un esempio: se penso all’amore, mi viene in mente che lei e io non sappiamo ballare. Eppure mi sono accorto, in certe sere, che aveva voglia di provare a farlo con me. Una manciata di volte ho vinto la timidezza: nel mio salotto, con la musica diffusa dalle casse dello stereo, l’ho presa fra le braccia e abbiamo ondeggiato stretti, piano. Fantasticare di farlo non sarebbe stato abbastanza, anzi non sarebbe stato un bel niente. Oppure mi vengono in mente questi giorni ubriacanti che precedono il Natale, i bar spersonalizzati dove ci nascondevamo per la cerimonia dei doni, quando ancora ci stavamo cercando in quella gigantesca anticamera della relazione, con porte che sembravano sbarrate su ogni lato e una nebbia fitta all’interno. Ebbene, immaginare di farle quei regali per poi lasciarli nelle vetrine dei negozi non sarebbe stato sufficiente. Anzi, non sarebbe stato nulla.
È per questo che scenderò in strada anche quest’anno. Puntuale come a ogni dicembre, alle sei dei pomeriggio mi troverò imbottigliato nel traffico di automobili e idee contrastanti, trafelato e in ritardo su ogni tabella di marcia, per arrivare infine a spendere molto di più e molto più in fretta di quanto non avessi preventivato. C’è chi è abile, chi si organizza, chi si mette perfino d’accordo con l’amante per attendere la marea propizia dei saldi. Ma «il regalo amoroso viene cercato, scelto e comperato in uno stato di grande eccitazione» scrive Barthes, «un’eccitazione tale che essa sembra appartenere alla sfera del godimento», e nessun calcolo strategico, nessuna nausea da consumismo, nessuna convenienza o crisi economica mi tratterrà dall’affrontare la battaglia, con la stessa sciocca spavalderia di sempre. Come quella volta che esagerai, acquistando un bracciale che avrei potuto lasciare a riposo nella teca, simile a un ideale perfetto. Ma l’amore è amore mentre si manifesta, e allora soltanto. Il resto è troppo tiepido.